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La trinità di Christie

Nel 1928 lo scrittore e critici S.S. Van Dine pubblicò le 20 regole per scrivere romanzi gialli. Nel 1929, il teologo e scrittore brittanico Ronald A. Knox, coniò il decalogo di regole per scrivere un romanzo giallo deduttivo. Nel nel 1926, 1934 e 1939 Agatha Christie dimostrò come quelle regole fossero fuffa. Benché non prive di fondamento, le regole dei due elenchi tentavamo di dogmatizzare il genere giallo, ma la trinità formata da queste opere della scrittirce inglese dimostrano come un eccellente romanzo possa rientrare nel genere deduttivo pur infrangendo i comandamenti imposti.
Non starò a elencare queste facilmente reperibili regole, mi limiterò a citare quelle infrante in ciascun romanzo. E avverto preventivamente che da qui in avanti l’articolo contterrà pensati tracce di SPOILER

ASSASSINIO SULL’ORIENT EXPRESS. (1934)

Forse il romanzo più famoso della Christie, trova le proprie origini da un ben noto fatto di cronaca nera: il rapimento e l’omicidio del figlio del celebre aviatore Charles Lindbergh. La struttura del romanzo è quasi matematica, sia per il mondo in cui si affrontano gli interrogatori sia per il modo in cui si raccolgono e analizzano le prove. La stessa struttura chiusa del vagone ferroviario richiama un problema geoemetrico.
E in questa complessità, la risposta della Chrstie sconvolge il lettore per la sua semplicità disarmante e per come infragge due dei comandamento di Van Dine:

12 – Nel romanzo deve esserci un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. Ovviamente che il colpevole può essersi servito di complici, ma la colpa e l’indignazione del lettore devono ricadere su un solo cattivo.

13 – Società segrete, associazioni a delinquere et similia non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una “chance”: ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.

DIECI PICCOLI INDIANI (1939)

Ritengo che sia riduttivo considerare questo romanzo solo un giallo: esso è letteralmente un proto-slasher. Christie con questo libro ha anticipato e forse addiruttura fondato le caratteristiche di un intero filone narratologico che ha modificato sia il giallo letterario che cinematografico, senza contare il genere horror. Ma è un giallo deduttivo, in cui, al pari de Assassinio sull’Orient Express, tutti sono colpevoli, ma allo stesso tempo sono anche detective che cercano risposte alla loro situazione. Si infrange così la regola comune in Van Dine e Knox dell’immunità del detective. Per quanto possa apparire marginale infraggere un’unica regola, questo romanzo è forse quello più di impatto fra quelli della trinità di Christie

L’ASSASSINIO DI ROGER ACKROYD (1924)

Chiude la trinità di Christie un libro probabilmente meno conosciuto rispetto i precedenti, forse anche a causa dell’estrema difficoltà a farne un traspozione cinematografica (l’unico tentativo è stato fatto nel 2002 dalla serie Agatha Christie’s Poirot, con David Suchet). Eppure, quando Knox redasse il suo decalogo e scrisse

9 – L’amico stupido dell’investigatore, il suo “dottor Watson”, non deve nascondere alcun pensiero che gli passa per la testa: la sua intelligenza dev’essere impalpabile, al di sotto di quella del lettore medio.

si sarebbe dovuto riccordare dell’uscita di questo romanzo della Christie di pochi anni prima. Con un talento e un’ironia straordinari, l’autrice conduce il lettore a un finale a sorpresa che ribalta completamente la percezione avuta della storia. Le ultime pagine del quarto capitolo assumono un senso del tutto diverso, tramutandosi in uno dei “pezzi di bravura letteraria”, che Van Dine non riteneva necessarie.

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