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Lost in adapatation: Il Corvo

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Lost in adaptation: Il Corvo

La notizia dell’imminete remake del film cult del 1994 ha generato un certo fermento nei fan.

Già in molti sono pronti a bollare questo nuovo film ancora prima della sua uscita.

Molti si sono già pronti con torce e forconi.

E molti hanno già iniziato ad accatastare le fascine di legna da ardere.

Quindi, quale miglior momento se non questo per valutare il rapporto fra la pellicola con Brandon Lee e il fumetto di James O’Barr?

Preparatevi allo SPOILER e seguitemi nel nido del corvo.

Perché un corvo assomiglia a uno scrittore.

Sia il fumetto che il film hanno avuto avuto un impatto enorme. Ancora oggi riecheggiano le influenze su stile, caratterizzazione e narrativa sorte con l’opera di O’Barr.

La cosa può apparire quasi straordinaria quando ci si rende conto che l’autore ha commesso nel realizzare Eric Draven una delle mosse più pericolose nello story-telling: ha basato il protagonista su sè stesso.

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La lunga gestazione del fumetto pubblicato tra il 1988 e 1989 ha inizio del ’78, quando la fidanzata di O’Barr rimase uccisa a causa di un autista ubriaco. L’autore ha utilizzato il proprio trauma nel creare la sua storia. Benché le premesse di Eric Draven siano diverse da quanto accaduto al suo creatore, è evidente con i due condividano gli stessi sentimenti di dolore e perdita, rabbia e senso di colpa. La vendetta del personaggio contro gli assassini della sua fidanzata è la catarsi dell’autore.

Eppure, quello che in molti casi sarebbe la mossa sicura per creare una Mary-Sue, con Il Corvo funziona.
Malgrado i poteri sovrannaturali che mettono Eric su un piano completamente diverso da quello dei suoi avversari, malgrado alle volte suoni un po’ bibblico, a nessuno viene in mente che Eric Draven sia un brutto personaggio.

Questo perchè? Perché O’Barr non ha dimenticato la natura terapeutica della sua storia. In nessun momento il trauma di Eric viene usato per strumentalizzare la storia. La morte di Shelly non è una donna nel frigorifero, per quanto ne abbia le caratteristiche. Non è lì né per sconvolgere il lettore, nè per essere il mero pretesto delle azioni di Eric.
L’evento in sè, serve solo a trasmettere al protagonista le emozioni vissute dall’autore, le quali sono il vero motore della storia. Ma vedremo meglio nel dettaglio nel penultimo paragrafo.

Disse il Corvo: si gira!

Siamo onesti.
Al regista Alex Proyas, e gli altri dietro la realizzazione della versione cinematografica, fregava il giusto di realizzare la storia de Il Corvo. Con questo non voglio dire che sia un brutto film. È un bellissimo film, ma una trasposizione ingrata.

Partiamo dal casting. Selezionare Brandon Lee come protagonista – con tutto quello che poi ha comportato – è stata una delle poche scelte fedeli fatte.

Praticamente nessun degli altri attori assomiglia alle controparti cartacee, ma del resto questo vale per gli stessi personaggi.
Ernie Hudson veste i panni di un Darryl Albrecht fuso con il capitano Hook.
La piccola Sherry, nel fumetto simbolo dell’innocenza incontrata da Eric nel corso della sua caccia, viene rinomata Sarah e trasformata in una scugnizza furba e indipendente con una storia pregressa con Eric e Shelly.

Ma il cambiamento più grande lo hanno subito gli antagonisti.

Il Corvo, la tomba e la strega.

Nella storia di O’Barr il meccanico Eric Draven e la sua fidanzata Shelly sono vittime della violenza insensata di cinque teppisti, mezzi tossici e mezzi spacciatori. Nel film la fidanza del musicista rock Eric Draven si oppone allo sfratto, mavorato dal boss del crimine Top Dollar, che manda i suoi uomini a sistemare la faccenda.
Ho già accennato come la pellicola diverga dal materiale originale?

Credo fosse una scelta necessaria.
C’è ben poco a differenziare gli aguzzini di Shelly nel fumetto, salvo forse Funboy.

Il film ha cambiato la genericità dei teppisti di O’Barr, donando a loro unicità caratteriale. Questo appare evidente sopratutto per Top Dollar.
Il personaggio nella storia di O’Barr è un generico spacciatore che viene eliminato da Eric poco dopo l’inizio della storia.
Nel film, lui è la nemesi di Brandon Lee.

Il film ci propone un cattivo con le contropiume. Top Dollar (che a dire il vero non viene mai nominato nel film) è un super-cattivo degno di un supereroe DC. È il riflesso distorto della stesso Eric e, al contrario dei suoi uomini, ha accesso a informazioni ai poteri che hanno riportato in vita Eric, grazie alla sua sorellastra/amante Myca (personaggio assente nel materiale d’origine), che gli permette di essere alla pari con lui nello scontro finale.


Una possibilità che T-Bird, il boss finale del fumetto, non ha.

Top Dollar è carimastico e visionario. È il boss di Detroit. Ha creato la Notte del Diavolo, la notte in cui si dà fuoco alla città e si mandano i teppisti come T-Bird, Tin Tin, Skank e Funboy a fare casino. Per loro è un motivo per distruggere. Per i boss è un motivo per fare soldi.

Ma per Top Dollar? Riporto le sue dirette parole:

A un uomo viene un’idea. L’idea conquista altri, altri come lui. L’idea si diffonde, l’idea si trasforma in istituzione. Ma quale è l’idea?!? È questa la domanda che mi ha tormentato! Posso solo dirvi che quando ho capito, un sorriso mi si è stampato sul volto. Vedete, signori: l’avidità è una cosa da dilettanti; il disordine, il caos, l’anarchia là è la vera grandezza.

Anticipando di quattordici anni il Joker di Heth Ledger, Top Dollar si presenta come Avatar del Caos. Le sue azioni sono divenute un’istituzione, una carnevalata. Ora vuole qualcosa di più: la completa distruzione di Detroit.

Birds of a feather

Il film non si limita mettere in atto la vendetta di Eric Draven. La vicenda prende un piega molto più supereroistica: Shelly non è la vittima di una violenza gratuita di cinque scappati di casa qualunque, ma degli uomini del boss contro cui si è incautamente messa. Non si tratta più solo della rabbia per una morte ingiusta: alla fine del film ha scena un’autentica battaglia contro le forze del male.

Ed è qui che a mio avviso appare palese la differenza fra Il Corvo il fumetto e Il Corvo il film.

Il fumetto è una storia di catarsi e lasciar andare il dolore e il senso di colpa.

Il film è una storia di vendetta e giustizia.

Nelle pagine di O’Barr, lo scontro finale con T-Bird e la sua morte sono marginalmente importanti. Quello che è il climax è quando il Corvo che guida Eric gli spiega che quello che deve fare ora è capire che “non è stata colpa sua”. I responsabili materiali sono colpevoli, ma nel profondo Eric/James si sente molto più colpevole, per non averlo impedito.

Ma come l’autore stesso, per la propria tragedia, non aveva modo di farlo.

Mi lamento forse di come il film abbia lasciato fuori tutto questo per raccontare una storia di eroi contro criminali, dove non è importante imparare a fare i conti con il proprio dolore ma restituirlo ai responsabili?

No.

Perché è maledettamente epica anche la loro storia.

Disse il Corvo: ancora una volta, con passione.

Molti sono preoccupati per questo nuovo film, ma scordano un particolare. Di altri film su Il Corvo ce ne sono già stati. Tre sequel più una serie televisiva. Tutti hanno i loro fan. E i loro detrattori. Quindi l’imminente pellicola non può cambiare il rapporto con l’originale… Giusto?

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Elisa Bellumori

Laureata in Lettere e Antropologia, tutto il suo piano di studi si può tradurre in cinque semplici concetti: libri, fumetti, cinema, media, pizza. Cerca di farsi strada come scrittrice. Nel frattempo vi studia e osseva. Praticamente innocua.

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