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Oldboy, il ragazzo è diventato uomo

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Il 9 giugno Oldboy, capolavoro del maestro coreano Park Chan-Wook, tornerà in sala. Sono passati 18 dalla sua uscita, e noi non ci siamo ancora stancati di elencare i motivi per cui andare a vederlo.

Iniziamo con ciò che dovete assolutamente sapere. Il sito della Lucky Red ha annunciato che Oldboy sarà nuovamente proiettato al cinema in versione restaurata. Agli amanti dei retroscena tech consiglio di approfondire sul lancio della notizia.

Sono passati tanti anni, e in un certo senso c’è da essere tristi, perché film così si vedono raramente al cinema. Ma dall’altra parte non si può far altro che gioire. Wook, con la sua trilogia della vendetta, ha fatto puntare i riflettori della critica e del pubblico mondiale sulla Corea del Sud. E non importa che Oldboy sia effettivamente l’episodio migliore dei tre. Di certo, come accade per i film di mezzo, è di gran lunga il più stupefacente.

Uno sguardo al passato, ma anche al futuro

A stupirmi tanto, quando vidi per la prima volta Oldboy, non fu tanto la storia. Il plot infatti, pur bellissimo, era chiaramente influenzato dai classici del mistero e della suspense. A meravigliarmi non fu nemmeno lo stile pulp e le bordate di violenza, per quanto diverse scene fossero al limite del sopportabile. C’era qualcosa di più, che nemmeno Sympathy for Mr. Vengeance (il mio preferito della trilogia) aveva.

Non subii nemmeno il fascino dell'”adattamento”. L’omonimo manga dal quale era stato tratto il film non lo avevo letto. Soltanto oggi capisco l’importanza di quest’opera. Ma effettivamente la lunga attesa è stata necessaria.

“Non aprire la scatola, per nessuna ragione”

La trama

Chi non conosce la storia di Dae-su? Sequestrato e imprigionato, apparentemente senza motivo, l’uomo torna libero dopo 15 anni e decide di compiere la sua brutale vendetta. Ma la vendetta è lì ad aspettarlo, senza che lui se ne sia accorto.

Lo stile e i temi

Oramai inseparabile dal volto iconico del suo protagonista (il grande Choi Min-Sik) Oldboy è pura regia. Scena dopo scena, Wook snocciola soluzioni visive impressionanti, che mettono d’accordo la fissità del cinema muto con piani sequenza sperimentali. La violenza più pedestre con il viaggio onirico.

“Com’è vivere in una prigione più grande?”

Memoria, oblio, perdono, ritorsione. Tutta la magnifica girandola del film ruota attorno a questi fuochi. Lo svelamento finale conduce alla vertigine: “libertà” è una parola vuota, usata da chi non vede i confini della propria cella.

La grandezza di Oldboy sta nell’essere un capo d’opera. Un film, cioè, che ha fatto scuola, e non tanto per i contenuti o i generi o lo stile. L’eccezionalità di questo lungometraggio sta nella convinzione con la quale persegue il proprio scopo, e cioè quello di narrare uno spaccato psicologico e sociale mescolando una molteplicità di codici che solo un grande autore potrebbe accostare.

Gore e risate, noir e action marziale, momenti di slapstick comedy e tragedia sofoclea. Tutto questo fa parte del corpo di Oldboy, come un braccio o un ciglio. Eppure quello che vediamo, anzi che riconosciamo, è un essere integro, non le sue singole componenti.

“Ridi e il mondo riderà con te. Piangi, e piangerai da solo”

Si tratta della medesima sensazione che mi hanno lasciato le migliori opere sudcoreane degli ultimi anni. L’idea, quindi, è che Wook abbia aperto una porta di cui prima nemmeno si sospettava l’esistenza. Quella di un cinema popolare, intimamente convinto dei propri obiettivi, inscindibilmente legato al proprio pubblico. Un cinema per occhi che sanno vedere, o meglio che vogliono imparare a vedere.

Ma ora basta leggere. Prenotatevi un posto decente in sala!

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