earwig
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Earwig e la strega è il titolo del nuovo film progettato da Hayao Miyazaki e diretto dal figlio Goro per lo Studio Ghibli. Un’opera d’animazione in digitale, che quindi si pone come possibile spartiacque per la rinomata casa di produzione giapponese. O si va avanti in questa direzione, o si torna indietro. Il buon Miyazaki junior sarà riuscito a spezzare il tabù?

La storia di Earwig non potrebbe essere più semplice. Erica Wigg, neonata, viene lasciata dalla madre, una strega, davanti l’ingresso di un brefotrofio. Qui la piccola cresce, sviluppando astuzia e senso dell’avventura. Da bambina, Erica non vuole una famiglia, pertanto adotta qualsiasi espediente per rimanere nell’istituto e, in secondo luogo, per fare il proprio comodo. Ma un giorno la strega Bella Yaga, con l’inquietante Mandragora, fanno visita alla struttura e decidono di adottare Erica. Questa, dopo le prime resistenze, sceglie di adattarsi alla nuova situazione, cercando in tutti i modi di estorcere alla fattucchiera l’insegnamento della magia.

Contrariamente a quanto si possa pensare, Earwig è senza dubbio un film Ghibli. Il marchio di fabbrica si nota nella struttura dei personaggi e nelle loro interazioni. Gli ambienti non lesinano nei particolari e la qualità visiva delle singole parti è decisamente di altissimo livello.

Il racconto, va detto, ha delle palesi lacune. Dopo un incipit piuttosto equilibrato, la parte centrale occupa forse troppo spazio nella concatenazione degli eventi che portano la piccola Erica a vincere le angherie di Bella Yaga. Soprattutto, però, a colpire è l’eccessiva fretta con cui si chiude la sezione finale. Proprio quando la storia sembra aver imboccato la svolta definitiva, il ciclo narrativo si chiude bruscamente, con un colpo di scena poco interessante. L’epilogo, inoltre, lascia confusi. Si tratta di un cliffhanger per un secondo episodio o la storia finisce lì?

Ma veniamo al cuore del discorso: l’animazione. Earwig e la strega, adattato per il grande schermo dal romanzo di Diana Wynne Jones, è stato realizzato con tecniche digitali. Una scelta non da poco: conoscendo le opere Ghibli, il ricorso a questo sistema equivale pressappoco ad un’eresia. Ma il cambiamento, si sa, può portare a nuove affascinanti scoperte.

E cosa ci si para davanti? Un’opera multiforme, e non per scelta artistica, quanto piuttosto per necessità di sperimentazione. L’aspetto più evidente è l’animazione dei personaggi. In questo contesto tridimensionale, i movimenti dei caratteri sono poco naturali. Le anatomie interagiscono con lo spazio circostante come se fossero palloncini pieni d’aria: l’eccessiva morbidezza dei gesti appiattisce la scena e toglie vitalità ai suoi protagonisti. Il problema maggiore però è nei volti: il passaggio al digitale ha portato a involucri di plastica con espressioni malferme.

Non tutto, però è negativo, anzi. La Ghibli si porta dietro il suo bagaglio di conoscenza pittorica, e si vede. Ogni inquadratura è studiata nei minimi particolari, con un livello di dettaglio a dir poco impressionante. A differenza degli sfondi classici della Ghibli, qui gli oggetti di scena hanno una profondità tangibile, al punto che, in certe scene, sembrano reali.

In conclusione, cosa si può dire di questo Earwig? Si tratta evidentemente di un’opera sperimentale, lanciata sul mercato per cercare di capire come il pubblico possa accogliere una novità del genere. Da qui le facilonerie in certi punti della sceneggiatura. Esteticamente, il digitale pone tanti problemi all’animazione Ghibli. Gli esseri senzienti interagiscono in modo gommoso con l’ambientazione, e questo rende difficile l’immersione nella storia. Il confronto con l’animazione classica è crudele: nei film tradizionali, personaggi ed ecosistema erano perfettamente amalgamati. Il “realismo magico” dei capolavori Ghibli portava lo spettatore dentro veri e propri quadri in movimento.

Tuttavia, nel film si intravedono barlumi di un futuro raggiante, sebbene non sia Earwig l’opera che può scriverlo. Il livello di cura delle scene, soprattutto negli interni, porta a pensare che la Ghibli possa sfruttare la nuova profondità di campo per dar vita ad animazioni memorabili. Ai tecnici dell’animazione è affidato il – gravoso – compito di progettare personaggi convincenti, con movimenti ed atteggiamenti adatti al nuovo stile.

Ma dubitiamo che lo Studio Ghibli imbocchi questa strada. Il pubblico mondiale, reso più protervo dai mesi di reclusione, difficilmente accetterà cambiamenti così forti. Alla casa nipponica verrà chiesto di tornare sui propri passi, senza capire che Earwig non è che un’opera di transizione, non una meta finale. Il timore è che, ancora una volta, la blogosfera tarpi le ali agli artisti, in nome di un’intransigenza da Santa Inquisizione, più che da pubblico pensante.

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